Crisi da exit strategy
Washington chiede all’Europa di fare da sé e i mercati s’allarmano
Incertezza politica in alcuni paesi chiave dell’Eurozona, previsioni pessimistiche sull’economia di tutta l’area e adesso anche scarsa solidarietà tra le due sponde dell’Atlantico: quanto maturato in questo fine settimana non poteva che allarmare gli investitori, e così è stato. Ieri tutti i listini europei hanno chiuso in forte calo, con Milano che ha ceduto il 3,83 per cento. Il rischio percepito sui debiti sovrani è tornato ad aumentare.

Incertezza politica in alcuni paesi chiave dell’Eurozona, previsioni pessimistiche sull’economia di tutta l’area e adesso anche scarsa solidarietà tra le due sponde dell’Atlantico: quanto maturato in questo fine settimana non poteva che allarmare gli investitori, e così è stato. Ieri tutti i listini europei hanno chiuso in forte calo, con Milano che ha ceduto il 3,83 per cento. Il rischio percepito sui debiti sovrani è tornato ad aumentare. Lo dimostra anche l’ampliarsi del differenziale di rendimento tra Bund tedesco e gli omologhi titoli di stato decennali degli altri paesi: lo spread con i Btp italiani è arrivato a 413 punti (dopo che venerdì aveva chiuso a 395), quello con i Bonos spagnoli a 431, quello con gli Oat francesi a 148.
Gli analisti, all’unanimità, hanno addebitato lo choc agli sconvolgimenti elettorali in corso in Europa. Ieri mattina, innanzitutto, è stato certificato il successo del candidato socialista, François Hollande, al primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Nel pomeriggio, invece, sono stati confermati gli scenari più cupi per il futuro del governo olandese: il premier liberale, Mark Rutte, ha infatti rassegnato le dimissioni dopo che non è riuscito a ottenere una maggioranza parlamentare sufficiente ad approvare ulteriori tagli di bilancio. A preoccupare non è tanto l’avvento di maggioranze antisistema (nessuno dubita sul pragmatismo del socialista Hollande in caso di vittoria su Nicolas Sarkozy, mentre Rutte rimane in testa ai sondaggi nei Paesi Bassi): quello che è certo, però, è che alcune importanti capitali dell’Unione europea saranno costrette a mutare le loro posizioni di politica estera ed economica. Se Hollande – con il suo programma di governo più interventista e statalista – sostituirà Sarko all’Eliseo, la cancelliera tedesca Angela Merkel perderà la sua spalla nel cosiddetto “direttorio” franco-tedesco. Amsterdam, invece, quali che siano i risultati di eventuali elezioni, non potrà più atteggiarsi a maestrina del rigore fiscale. Insomma, al di là degli orientamenti politici, il consensus creato da Berlino attorno all’austerity (e al Fiscal compact) si potrebbe incrinare. Ieri, a complicare le cose, ci sono state poi le ennesime previsioni negative sull’economia del Continente. L’indebitamento pubblico avanza – nell’Eurozona è arrivato all’87,2 per cento del pil nel 2011, il livello più alto dal 1999 – e la crescita stenta, come certificato dal calo dell’indice Pmi per il settore manifatturiero tedesco.
Ma c’è dell’altro che spaventa i mercati, secondo riflessioni che si rincorrono in queste ore in ambienti della Commissione europea. A colpire è soprattutto il parziale disimpegno degli Stati Uniti dalla situazione critica che sta attraversando l’Europa. Certo, da Washington nel fine settimana è venuta la notizia del raggiunto accordo tra i paesi del Fmi per il rafforzamento – fino a 430 miliardi di dollari – del “firewall” antispeculazione. Ma gli addetti ai lavori hanno ascoltato anche l’avvertimento di Tharman Shanmugaratnam, presidente della International Monetary and Financial Committee del Fmi, secondo il quale l’efficacia del firewall dipende dagli sforzi che gli europei faranno nel processo di riforma. E’ la stessa linea sostenuta di recente da rappresentanti dell’Amministrazione Obama in alcuni incontri a porte chiuse presso la Brookings Institution: il Fondo può avere un ruolo “complementare” e non “supplementare” rispetto a Bruxelles. C’è poi un problema di quantità: i 430 miliardi di dollari (promessi) sono meno dei 600 miliardi annunciati qualche mese fa dal direttore del Fmi, Christine Lagarde, e soprattutto rischiano di essere insufficienti se sommati a un Fondo salva stati europeo anch’esso sottodimensionato rispetto alle attese. I mercati sono ulteriormente allarmati per il fatto che quelle risorse mancanti sarebbero dovute venire dagli Stati Uniti. Infatti dei 430 miliardi di dollari aggiuntivi per il Fmi, nemmeno un dollaro è stato versato da Washington. A pesare non è soltanto l’ostruzionismo dei repubblicani in Congresso. L’Amministrazione Obama piuttosto sta tentando un’opera di moral suasion sul nostro continente: il segretario al Tesoro, Timothy Geithner, ha chiesto alla Banca centrale europea di intervenire senza farsi influenzare dalle remore tedesche sull’inflazione; allo stesso tempo la Lagarde ha suggerito a Merkel di accettare l’emissione di Eurobond e quindi la condivisione di rischi e responsabilità nell’Ue. Se Francoforte e Berlino continueranno a rispondere picche, come in queste ore, Washington farà pesare la sua assenza. Senza contare – si fa notare in ambienti del Fmi – che gli States, facendo mancare il loro convinto sostegno al rafforzamento del firewall internazionale, indeboliscono immagine ed efficacia di un’operazione resa possibile soprattutto dai paesi emergenti (e dalla Cina). Gli stessi paesi che tra qualche mese dovranno bussare alla porta di Washington per chiedere maggiori poteri all’interno del Fmi.